Le prime cause della disoccupazione giovanile in Italia risiedono nella composizione del tessuto produttivo del paese. Le piccole e piccolissime imprese non curano adeguatamente il settore ricerca e sviluppo, funzione di vitale collegamento tra istruzione e mercato del lavoro. Conoscere la situazione produttiva italiana è il primo passo per orientarsi nelle riforme del mercato del lavoro e nelle soluzioni ancora possibili al problema della disoccupazione giovanile.


In Italia, stando all’ultimo censimento del 2010, le imprese attive dell’industria e dei servizi di mercato sono 4.372.143 e occupano circa 16,7 milioni di addetti, di cui 11,2 milioni sono dipendenti. La dimensione media delle imprese si conferma particolarmente contenuta (3,8 addetti per impresa[1]). Le microimprese (con meno di 10 addetti), costituiscono il 94,9% delle imprese attive ed impiegano il 47,8% degli addetti.

Il settore dei servizi di mercato – con il 76,0% di imprese e il 63,3% di addetti – si conferma, in termini quantitativi, il più importante settore dell’economia nazionale. L’industria in senso stretto rappresenta il 10,1% delle imprese e il 25,8% degli addetti, mentre nel settore delle costruzioni si concentrano il 13,9% delle imprese e il 10,9% degli addetti.

CHI FA RICERCA E SVILUPPO
La funzione ricerca e sviluppo è attività che richiede più conoscenze specifiche e di base che esperienza.

La ricerca e sviluppo (R&S, o R&D: research and developement) è un’attività di tipo creativo, svolta in modo sistematico oppure occasionale, finalizzata all’incremento delle conoscenze e all’impiego di queste in applicazioni nuove. Attiene allo sviluppo di prodotti, servizi o processi tecnologicamente innovati o significativamente migliorativi. La R&S comprende sia i lavori intrapresi per acquisire nuove conoscenze a scopi eminentemente conoscitivi, finalizzati o non ad una specifica immediata applicazione o utilizzazione aziendale, quindi la ricerca di base, sia i lavori sistematici basati sulle conoscenze esistenti acquisite attraverso la ricerca e l’esperienza pratica, condotti al fine di completare, sviluppare o migliorare materiali, prodotti e processi produttivi, sistemi e servizi, che costituiscono la ricerca applicata[2].

La R&S può essere svolta all’interno dell’impresa con proprio personale e con proprie attrezzature (R&S intra-muros), oppure essere affidata per commessa ad altre imprese (anche dello stesso gruppo) o istituzioni (R&S extra-muros).

La dimensione atomistica delle imprese italiane non rende conveniente investire in strategie orientate al mercato (market oriented [3]) che implementino ricerca e sviluppo,  ma piuttosto strategie orientate alla vendita (sales oriented [4]).

Questo è dovuto anche alle dimensioni delle nostre imprese.

La propensione all’innovazione è infatti maggiore nelle grandi imprese: il 64,1% delle imprese con 250 addetti e oltre ha introdotto innovazioni, contro il 47,1% delle imprese con 50-249 addetti e il 29,1% di quelle con 10-49 addetti.

Stando ai dati del recente report ISTAT[5] nel triennio 2008-2010, solo il 31,5% delle imprese italiane con almeno 10 addetti ha introdotto sul mercato o nel proprio  processo produttivo almeno un’innovazione.

Tra queste, l’industria si conferma il settore più innovativo, con il 43,1% di imprese innovatrici (dove per impresa innovatrice si intende impresa che ha introdotto con successo sul mercato o nel proprio processo produttivo innovazioni di prodotto, servizio o processo nel triennio di riferimento) contro il 24,5% dei servizi e il 15,9% delle costruzioni.

IMPRESE POCO INNOVATIVE

L’innovazione non è una priorità per le imprese italiane.

Nel 2010 le imprese italiane hanno investito complessivamente 28 miliardi di euro per l’innovazione. Oltre l’85% della spesa è costituito dalle attività di ricerca e sviluppo e da investimenti in macchinari e apparecchiature.

Nonostante il veloce progresso tecnologico in atto, la spesa per la R&S è cresciuta di poco negli ultimi dieci anni. Di conseguenza l’intensità della R&S resta bassa a fronte di una media europea del 2,03%. La causa principale è il basso livello della ricerca industriale[6].

Il confronto con alcuni paesi europei sulla spesa per R&S permetterà di notare più agevolmente lo svantaggio italiano in questo campo. Si nota non solo l’arretratezza del nostro paese, ma anche che il nostro target è di eguagliare la spesa in ricerca e sviluppo della piccola repubblica baltica dell’Estonia.[7]

Un dato su tutti permette di sintetizzare questo paragrafo. Le rilevazioni UNIONCAMERE[8] indicano che nel 2011, tra le imprese italiane che prevedono assunzioni (il 22,5% del totale), in media, solamente il 2,5% ha indicato come motivazione lo sviluppo di nuovi prodotti o servizi[9].


Non stupisce come siano le imprese più grandi (e quindi le meno numerose in Italia) ad essere interessate ad assunzioni finalizzate alla ricerca e sviluppo.

UNA RIFLESSIONE

La ricerca è lavoro, ma il paese sembra ignorarlo.

La ricerca e sviluppo è l’attività che più collega le imprese al mondo dell’istruzione, soprattutto accademica.

La nota e reciproca resistenza delle università e delle imprese italiane al dialogo ha logorato questo legame vitale e rischia di ostacolare fatalmente il passaggio dei giovani italiani dall’università al posto di lavoro.

Non solo. Si è visto[10] come l’assenza di R&S renda la nostra economia “standard e matura”, difficilmente in grado di assorbire l’offerta di giovani laureati più qualificati che esperti.

Non è rassicurante, poi, che sia il settore industriale quello più innovativo: dal momento che è il settore dei servizi quello che impiega il maggior numero di addetti, i benefici dei (seppur scarni) investimenti nella ricerca vanno a vantaggio di un numero ristretto di lavoratori, impegnati in un settore interessato tra le altre cose da un processo di delocalizzazione che causa ulteriore disoccupazione all’interno del paese.

Purtroppo è difficile, se non impossibile, che una riforma possa modificare questa situazione nel breve periodo.

Una soluzione utile per mettere in contatto le imprese e stimolare la ricerca e sviluppo potrebbe essere l’investimento nella diffusione del contratto di “rete di imprese[11]” che ha già prodotto ottimi risultati soprattutto nel settore artigianale, caratterizzato da scarsità di investimenti, specializzazione intensissima e know-how puntuale.

Per agire invece direttamente sul mercato del lavoro giovanile sarebbe più utile invece concentrarsi più sul passaggio tra il sistema formativo ed il mercato del lavoro che sulla flessibilità in ingresso dei giovani sul mercato stesso. 

Articolo di Caroli Simone

E’ possibile leggere la prima parte di questo articolo su:
http://uyw.tumblr.com/post/47976538736/la-prima-causa

[1]   I dati di questo paragrafo sono tratti dal report ISTAT “Struttura e competitività del sistema delle imprese industriali e dei servizi “, consultabile all’indirizzo http://www.istat.it/it/archivio/73481
[2]   Rossignoli B. (2011)
[3]   “[questo orientamento] comporta l’esigenza di avere sistemi produttivi flessibili che consentano di realizzare i prodotti nella qualità e nella quantità richieste dal mercato. (…) Il medesimo orientamento è seguito dalle imprese che operano nei settori maturi”. Rossignoli B. (2011) ibid.
[4]   “L’orientamento alla vendita si afferma con la produzione di massa e caratterizza le imprese dotate di tecnologie relativamente rigide che consentono il raggiungimento di rilevanti economie di scala solo alla presenza di ampi volumi si vendita”. Rossignoli B. (2011) ibid.
[5]   ISTAT, L’innovazione delle imprese, consultabile all’indirizzo http://www.istat.it/it/archivio/74035
[6]   COMMISSIONE EUROPEA, DOCUMENTO DI LAVORO DEI SERVIZI DELLA COMMISSIONE, (Bruxelles, 7.6.2011)
Valutazione del programma nazionale di riforma e del programma di stabilità 2011 dell’ITALIA che accompagna il documento “Raccomandazione per una RACCOMANDAZIONE DEL CONSIGLIO sul programma nazionale di riforma 2011 dell’Italia e che formula un parere del Consiglio sul programma di stabilità aggiornato dell’Italia, 2011-2014” consultabile all’indirizzo http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/recommendations_2011/swp_italy_it.pdf
[7]   Elaborazione personale su dati EUROSTAT
[8]   Fonte: Unioncamere – Ministero del Lavoro, Sistema Informativo Excelsior, 2011
[9]   Ed in particolare con il 12,2% è il settore dei servizi finanziari ed assicurativi a primeggiare tra le imprese che hanno intenzione di assumere per questo fine, mentre dal lato diametralmente opposto troviamo il settore industriale  dei beni per la casa, tempo libero e altre manifatturiere  con lo 0,1% delle  assunzioni previste.
[10]   Cfr. ancora http://uyw.tumblr.com/post/47976538736/la-prima-causa
[11]   Si rimanda al sito www.retidiimprese.it/ per ulteriori informazioni

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